Discussione:
d'accapo
(troppo vecchio per rispondere)
ADPUF
2017-08-16 22:05:52 UTC
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«Ma noi non ci fidiamo, quindi ci riserviamo di rifare tutto
d'accapo mentre i richiedenti asilo, s'intende, permangono sul
vostro territorio.»
http://www.limesonline.com/cartaceo/la-storia-non-detta-del-piano-renzi-per-lafrica
--
E-S °¿°
Ho plonkato tutti quelli che postano da Google Groups!
Qui è Usenet, non è il Web!
ngs
2017-08-16 22:10:42 UTC
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Post by ADPUF
«Ma noi non ci fidiamo, quindi ci riserviamo di rifare tutto
d'accapo mentre i richiedenti asilo, s'intende, permangono sul
vostro territorio.»
http://www.limesonline.com/cartaceo/la-storia-non-detta-del-piano-renzi-per-lafrica
S'iddice, s'iddice.

Kiuhnm
Roger
2017-08-17 07:06:52 UTC
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Post by ADPUF
«Ma noi non ci fidiamo, quindi ci riserviamo di rifare tutto
d'accapo mentre i richiedenti asilo, s'intende, permangono sul
vostro territorio.»
http://www.limesonline.com/cartaceo/la-storia-non-detta-del-piano-renzi-per-lafrica
Per leggere bisogna registrarsi e io rilutto a registrarmi.
Chi è che scrive questa fesseria?
Renzi o il giornalista nel riportare le parole di Renzi?
Se è Renzi, evidentemente vuole accattivarsi le simpatie dei
cinquestelle
e apparire uno di loro, specialisti in queste amenità.
Se è il giornalista, è più grave e sarebbe da mandare a scrivere su
qualche
bollettino parrocchiale.
--
Ciao,
Roger
--
Coraggio, il meglio è passato (Ennio Flaiano)
Bruno Campanini
2017-08-17 07:49:41 UTC
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Post by Roger
Post by ADPUF
«Ma noi non ci fidiamo, quindi ci riserviamo di rifare tutto
d'accapo mentre i richiedenti asilo, s'intende, permangono sul
vostro territorio.»
http://www.limesonline.com/cartaceo/la-storia-non-detta-del-piano-renzi-per-lafrica
Per leggere bisogna registrarsi e io rilutto a registrarmi.
Chi è che scrive questa fesseria?
Renzi o il giornalista nel riportare le parole di Renzi?
Se è Renzi, evidentemente vuole accattivarsi le simpatie dei cinquestelle
e apparire uno di loro, specialisti in queste amenità.
Se è il giornalista, è più grave e sarebbe da mandare a scrivere su qualche
bollettino parrocchiale.
Ma lì qualche giovincello in via d'apprendimento dovrebbe pur esserci!
Meglio all'ufficio stampa di un centro sociale, laddove in via
d'apprendimento non ve n'è alcuno:
Di retro a loro era la selva piena
di nere cagne bramose e correnti
come veltri che uscisser di catena

Bruno
Post by Roger
--
Ciao,
Roger
Roger
2017-08-17 08:54:25 UTC
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Post by Bruno Campanini
Post by Roger
Post by ADPUF
«Ma noi non ci fidiamo, quindi ci riserviamo di rifare tutto
d'accapo mentre i richiedenti asilo, s'intende, permangono sul
vostro territorio.»
http://www.limesonline.com/cartaceo/la-storia-non-detta-del-piano-renzi-per-lafrica
Per leggere bisogna registrarsi e io rilutto a registrarmi.
Chi è che scrive questa fesseria?
Renzi o il giornalista nel riportare le parole di Renzi?
Se è Renzi, evidentemente vuole accattivarsi le simpatie dei cinquestelle
e apparire uno di loro, specialisti in queste amenità.
Se è il giornalista, è più grave e sarebbe da mandare a scrivere su qualche
bollettino parrocchiale.
Ma lì qualche giovincello in via d'apprendimento dovrebbe pur esserci!
"In via d'apprendimento" va bene, ma della professione giornalistica.
Non si entra in un giornale per apprendere a scrivere correttamente
la lingua italiana.
Per questo ci sono le scuole dell'obbligo.
--
Ciao,
Roger
--
Coraggio, il meglio è passato (Ennio Flaiano)
ADPUF
2017-08-17 21:50:34 UTC
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Post by Roger
Post by ADPUF
«Ma noi non ci fidiamo, quindi ci riserviamo di rifare tutto
d'accapo mentre i richiedenti asilo, s'intende, permangono
sul vostro territorio.»
http://www.limesonline.com/cartaceo/la-storia-non-detta-del-piano-renzi-per-lafrica
Post by Roger
Per leggere bisogna registrarsi e io rilutto a registrarmi.
Strano, io non sono registrato e leggo.
Post by Roger
Chi è che scrive questa fesseria?
Renzi o il giornalista nel riportare le parole di Renzi?
Se è Renzi, evidentemente vuole accattivarsi le simpatie dei
cinquestelle e apparire uno di loro, specialisti in queste
amenità.
Se è il giornalista, è più grave e sarebbe da mandare a
scrivere su qualche bollettino parrocchiale.
Evidentemente è un lapsus digiti sfuggito al giornalista e ai
redattori.
--
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Voce dalla Germania
2017-08-18 05:30:10 UTC
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Post by ADPUF
Post by Roger
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«Ma noi non ci fidiamo, quindi ci riserviamo di rifare tutto
d'accapo mentre i richiedenti asilo, s'intende, permangono
sul vostro territorio.»
http://www.limesonline.com/cartaceo/la-storia-non-detta-del-piano-renzi-per-lafrica
Post by Roger
Per leggere bisogna registrarsi e io rilutto a registrarmi.
Strano, io non sono registrato e leggo.
Anch'io, ma solo i primi due paragrafi. A metà del terzo
appare l'invito ad attivare l'offerta mensile a 9,99 euro.
Domanda non linguistica, dopo avere notato che la cartina
fra titolo e testo indica il Nord come Italia "germanica" e
colora la Francia come "Paese in crisi a tutela tedesca":
chi ha segnalato l'articolo lo prende sul serio?
ADPUF
2017-08-26 19:07:50 UTC
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Post by Voce dalla Germania
Post by ADPUF
Post by Roger
Post by ADPUF
«Ma noi non ci fidiamo, quindi ci riserviamo di rifare
tutto d'accapo mentre i richiedenti asilo, s'intende,
permangono sul vostro territorio.»
http://www.limesonline.com/cartaceo/la-storia-non-detta-del-piano-renzi-per-lafrica
Post by Voce dalla Germania
Post by ADPUF
Post by Roger
Per leggere bisogna registrarsi e io rilutto a registrarmi.
Strano, io non sono registrato e leggo.
Anch'io, ma solo i primi due paragrafi. A metà del terzo
appare l'invito ad attivare l'offerta mensile a 9,99 euro.
Domanda non linguistica, dopo avere notato che la cartina
fra titolo e testo indica il Nord come Italia "germanica" e
chi ha segnalato l'articolo lo prende sul serio?
Boh, la carta è di Laura Canali ma non so su che cosa sia
basata.

Che l'Italia del Nord abbia un'economia parzialmente dipendente
da quella tedesca si sa (meno di un tempo dopo la
delocalizzazione).

La crisi della Francia non si vede molto ma pare che ci sia
anche quella.


Non so come sia ma io l'articolo lo vedo tutto.
Lo ricopio nel caso qualcuno volesse leggerlo.
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LA STORIA NON DETTA DEL PIANO RENZI PER L’AFRICA
Pubblicato in: MEDITERRANEI - n°6 - 2017
Carta di Laura Canali
Carta di Laura Canali
10/07/2017
A fine 2016 il governo italiano era in procinto di presentare a
Bruxelles una proposta per depotenziare la rotta
centrafricana, puntando sui porti della Tunisia per
accogliervi i migranti. Berlino era d’accordo. Ma poi è
arrivato il referendum.
di Fabrizio Maronta
MATTEO RENZI, ARTICOLI, MIGRANTI, TUNISIA, GERMANIA, AFRICA,
ITALIA, MEDIO ORIENTE
1. Partiamo da un anacronismo. Era il 1990 quando a Dublino
dodici paesi – Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia,
Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna
e Regno Unito – firmavano l’omonima convenzione che, entrata
in vigore il 1° ottobre 1997, stabiliva i criteri per la
determinazione dello Stato competente all’esame di una domanda
d’asilo presentata in un paese membro delle (allora) Comunità
europee. Su questa convenzione si basa il più noto regolamento
di Dublino del 2013, che nella sua versione originaria e nei
successivi emendamenti regola nel dettaglio la materia.
Il principio è rimasto invariato: l’identificazione di un
richiedente asilo, l’esame della sua domanda e la sua
eventuale espulsione – qualora la richiesta di protezione
venga rigettata – spetta al primo Stato membro in cui il
migrante mette piede. Si tratta di un sistema nato vecchio,
perché tarato su una prassi consolidatasi durante la guerra
fredda con gli esuli dagli Stati comunisti che approdavano
oltrecortina: numeri infinitesimi rispetto a oggi e situazioni
quasi mai controverse, in quanto dall’Est non si fuggiva per
motivi economici, ma politici.
Nel frattempo, il mondo è cambiato. Il fenomeno migratorio è
divenuto numericamente vasto, ai richiedenti asilo si è
affiancato il ben più corposo flusso dei cosiddetti «migranti
economici», soprattutto dall’Africa, e anche il contesto
europeo non è più quello di prima. In un’Europa a 28 (presto a
27, dopo la defezione britannica) dove vigono la libera
circolazione (Schengen) e lo spazio di Giustizia e Affari
interni, già da tempo si avverte l’esigenza di rivedere una
normativa sull’asilo i cui oneri risultano fortemente
sbilanciati sugli Stati di primo approdo. L’Europa di
Maastricht, che si vuole comunitaria, continua a trattare i
flussi migratori come un affare essenzialmente nazionale; anzi
come un affare che compete soprattutto agli Stati membri le
cui frontiere coincidono con quelle esterne dell’Unione.
Carta di Laura CanaliCarta di Laura Canali

In verità, qualcosa si è mosso. Tardi e poco, ma si è mosso.
Una politica migratoria davvero comune dovrebbe infatti
contemplare una gestione comune delle frontiere esterne e
meccanismi il più possibile automatici – dunque sottratti al
potere di veto e ricatto dei singoli governi – di
distribuzione dei migranti sul territorio europeo. Sul primo
punto, la giovane «polizia di frontiera» europea, Frontex, sta
dimostrando una discreta efficacia. Creata nel 2004, è una
presenza concreta nel Canale di Sicilia con la missione
Nautilus, che dal 2006 a oggi ha impegnato uomini e mezzi di
Italia, Malta, Francia, Grecia, Germania, Portogallo e Spagna.
Sul secondo fronte, invece, siamo quasi all’anno zero. Il
sistema di ricollocamenti creato nel 2015 è rimasto pressoché
inattuato, con meno di 15 mila persone ricollocate da Grecia e
Italia nel resto dell’Ue sulle 70 mila previste dalla
Commissione per ottobre di quest’anno. Perché?
Si possono addurre varie spiegazioni. Innanzitutto, la crisi
finanziaria che ha colpito l’Europa, sebbene in modo difforme,
ha accentuato le resistenze nazionali e indebolito la coesione
comunitaria; contemporaneamente, il combinato disposto
dell’instabilità mediorientale e del disfacimento libico ha
determinato un consistente aumento dei flussi diretti verso il
territorio comunitario, specie a partire dal 2015. Non solo
dalla Turchia, ma anche e soprattutto dal Nordafrica. Nel
decennio precedente, gli arrivi dal Mediterraneo centrale
erano stati in media di 20-30 mila persone l’anno: numeri
fisiologici. In meno di cinque anni, si è avuta un’impennata.
L’anno scorso gli sbarchi sono stati 180 mila, quest’anno
siamo già oltre 50 mila e le vittime si contano in migliaia.
Nel 2014-15, quando il fenomeno dei richiedenti asilo esplode,
l’approccio dell’Italia è semplice: riformare Dublino per
comunitarizzare e standardizzare le procedure di accoglienza,
identificazione, valutazione, ripartizione o eventuale
espulsione, in modo da gestire con relativa facilità numeri di
per sé rilevanti, ma trascurabili rispetto alla popolazione
complessiva dell’Ue (che con il Regno Unito raggiunge i 500
milioni di abitanti). Tanto più se paragonati all’incidenza
dei migranti in molti Stati africani o mediorientali: uno su
tutti il Libano, la cui popolazione di 4,5 milioni di persone
è ormai composta per circa un terzo da rifugiati.
Carta di Laura CanaliCarta di Laura Canali

Nel clima europeo, economicamente e politicamente compromesso,
questi propositi si sono scontrati con due ulteriori elementi:
i timori per le possibili infiltrazioni terroristiche connesse
ai massicci flussi migratori e l’indisponibilità
all’accoglienza dei paesi dell’Est, specie del Gruppo di
Visegrád (Cechia, Slovacchia, Polonia e Ungheria), sin qui
grandi beneficiari dei fondi europei e ora chiamati per la
prima volta a esercitare essi stessi forme di solidarietà
comunitaria. Indisponibilità che tuttavia non nasce solo dalle
pulsioni xenofobe che pure percorrono quelle società (come del
resto altre in Europa), quanto soprattutto dalla ritrosia a
cedere quote di sovranità in un ambito cruciale come il
controllo del territorio e di chi possa o meno accedervi,
conseguenza dei meccanismi «automatici» di ricollocamento.
Le circostanze storiche possono fungere da attenuante: paesi
che hanno sperimentato il tallone di ferro del dominio
sovietico sono comprensibilmente riluttanti a spogliarsi delle
loro prerogative sovrane, riconquistate da poco e a caro
prezzo. Ciò non toglie che tale comportamento leda lo spirito
dell’Unione Europea, ma soprattutto la posizione dei paesi –
come l’Italia – in prima fila nella sfida migratoria,
contribuendo ad accrescere le fratture aperte dalla crisi
economica.
L’aspetto più irritante, tuttavia, è l’ambiguità: dopo aver
dato il loro assenso ai meccanismi di ricollocamento in seno
al Consiglio Giustizia e Affari interni, i paesi in questione
li hanno semplicemente disapplicati, svuotando di senso uno
strumento di diritto comunitario alla cui creazione essi
stessi avevano concorso e creando odiose sperequazioni con
quei paesi, come la Svezia o la Finlandia, che invece si sono
attenuti alle quote. Bisogna aggiungere che a questo impasse
ha concorso non poco l’irriflessa politica delle porte aperte
decisa (e presto rinnegata) da Angela Merkel tra il 2014 e il
2015, la quale ha contribuito a scavare un solco tra Berlino e
l’Est esposto alla rotta balcanica, rendendo ancor più
impervio qualsiasi tipo di compromesso.
2. In questo quadro, l’Italia si è trovata a far fronte
pressoché da sola al crescente flusso di arrivi, con
un’aggravante: la progressiva chiusura dei confini austriaco e
francese (oltre che svizzero), la cui temporanea e selettiva
sospensione di Schengen ha fatto venir meno quell’ufficiosa ma
fondamentale valvola di sfogo che fino a due anni fa rendeva
l’Italia un paese di transito per i molti migranti determinati
a raggiungere Francia, Germania, Benelux, Austria o
Scandinavia.
Preso atto della chiusura, l’Italia si è dunque attrezzata per
agire di concerto con le polizie di confine austriaca e
francese onde evitare gli attraversamenti e si è dotata, non
senza fatica, di un apparato di identificazione e accoglienza
che, con tutti i suoi limiti (che non sono pochi), nel
complesso ha finora retto all’impennata di presenze. La
conseguente e logica richiesta agli altri Stati europei di dar
seguito agli impegni sui ricollocamenti è stata però respinta
al mittente, con una motivazione giuridicamente dubbia e
politicamente inaccettabile: la volontà dei destinatari ultimi
dei rifugiati di poter verificare, e nel caso ripetere, l’iter
di identificazione e vaglio delle domande d’asilo. Come a
dire: il sistema di Dublino resta in piedi, dunque tocca a voi
accogliere, identificare e vagliare. Ma noi non ci fidiamo,
quindi ci riserviamo di rifare tutto d’accapo mentre i
richiedenti asilo, s’intende, permangono sul vostro
territorio.
Qui entra in gioco il penultimo governo italiano, almeno prima
dell’autodafé referendario del suo leader. Come noto, tra il
2015 e il 2016 Matteo Renzi ha tentato di giocare
spregiudicatamente la «carta» migratoria per ottenere
concessioni in tema di conti e flessibilità, facendo leva
sulla posizione moralmente forte di un paese lasciato
praticamente solo di fronte a un fenomeno epocale per
dimensioni e impatto socioeconomico. In questa scommessa, il
superamento del regolamento di Dublino era una condizione
necessaria, ma assolutamente non sufficiente. Se infatti il
principio del «paese d’approdo» si applica ai richiedenti
asilo, la sua archiviazione – pure necessaria – poco cambia
per l’Italia, che ha nel flusso continuo e crescente di
migranti economici dall’Africa la vera sfida di medio-lungo
termine.
È dunque sulla gestione della rotta centroafricana che si
giocava – e si gioca tuttora – la questione migratoria per
l’Italia e l’Europa, posto che le riammissioni sono lente,
costose ed esigue, oltre che di norma osteggiate dai paesi
d’origine dei migranti. La collaborazione di tali paesi, e di
quelli di transito, presuppone partenariati che contemplino
quote d’ingresso regolari e forti aiuti economici per il
controllo delle frontiere, l’esame in loco delle domande
d’asilo, i rimpatri Sud-Sud (cioè da un paese africano
all’altro, che costano molto meno e sono già effettuati
dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni), nonché
incentivi economici ai migranti per tornare in patria.
Da qui l’idea del migration compact, che in cambio di incentivi
politico-economici ai paesi di origine e transito mira(va)
sostanzialmente a esternalizzare il controllo delle frontiere
per tamponare flussi ingestibili, stante l’assenza di una
politica europea dell’immigrazione e la scarsa incisività
dell’aiuto allo sviluppo europeo, che pure è assai generoso.
L’idea, che almeno a parole riscuote un certo consenso in
Europa, prende atto del fatto che oggi l’Ue non è disposta a
suddividere equamente il fardello migratorio. Pertanto,
contempla nel medio termine accordi bilaterali e regionali con
i paesi di origine e transito dei migranti per coinvolgerli
nel controllo dei flussi, soffocando l’economia grigia e
malavitosa cresciuta intorno alla tratta. In un’ottica più
lunga, all’aspetto securitario dovrebbe affiancarsi un grande
sforzo economico e istituzionale dell’Europa volto a
incentivare lo sviluppo del continente africano, per ridurre
le cause prime dei flussi migratori. È la parte di gran lunga
più vaga e generica del piano, che comunque prende atto
dell’insostenibilità di uno squilibro demografico e
socioeconomico ormai eccessivo e foriero d’instabilità
permanente.
3. C’è tuttavia un fattore che rende estremamente difficile
depotenziare la rotta centrafricana e che minaccia di
vanificare qualsiasi sforzo in tal senso, per quanto serio e
dispendioso. Si tratta della Libia. La disgregazione
territoriale, il consolidamento dello spietato business
migratorio e l’estesa connivenza delle autorità con i
trafficanti fanno del paese nordafricano un potente elemento
d’attrazione, un buco nero agli antipodi con l’autoritario ma
militarmente efficiente Stato turco, che anche in pieno golpe
ha garantito il rispetto dell’accordo con l’Ue sui migranti
del marzo 2016. Queste circostanze hanno contribuito non poco
a frenare l’entusiasmo inizialmente emerso in sede europea per
l’iniziativa italiana, palesando di nuovo il nostro isolamento
di fronte alla sfida migratoria.
Ciò che dunque il «piano Renzi» necessitava, prima ancora degli
accordi con i paesi saheliani e subsahariani di origine e
transito dei migranti, era una strategia d’impatto a breve
termine che tagliasse l’erba sotto i piedi dei trafficanti
libici, sabotandone l’attività e scoraggiando così i migranti
dal mettersi nelle loro mani. L’escamotage elaborato da Roma a
tal fine si chiama(va) Tunisia. Ben prima della polemica sul
ruolo delle ong nei salvataggi marittimi, il ricatto dei
trafficanti era ben noto: mettere in mare natanti piccoli e/o
precari, stracarichi e palesemente inadatti alla traversata,
giocando sulla disponibilità europea a salvare i migranti
anche in prossimità delle coste libiche, per contenere
l’ecatombe di innocenti nel Mediterraneo. Tanto che già ai
tempi di Mare Nostrum si accusavano i dispositivi di
salvataggio di agire da pull factor, da richiamo per migranti
e trafficanti.
Carta di Laura CanaliCarta di Laura Canali

In questa sporca partita, l’idea era dunque di sfruttare il
ricatto morale delle organizzazioni criminali a nostro
vantaggio: in concomitanza con il decollo del compact
africano, un apposito accordo Ue-Tunisia – negoziato con
discrezione e attuato rapidamente, per sfruttare l’effetto
sorpresa – avrebbe consentito di prelevare i migranti fin
dentro le acque territoriali libiche e di trasferirli nei
porti tunisini, in base al principio del «porto sicuro più
vicino» che si applica alle cosiddette operazioni Sar (Search
and rescue). Con l’assistenza tecnico-finanziaria europea e
l’eventuale incentivo di una liberalizzazione dei visti Ue per
i cittadini tunisini, Tunisi avrebbe allestito sul proprio
territorio campi di soggiorno e identificazione che avrebbero
consentito di espletare lì l’iter burocratico oggi svolto in
Italia. Parallelamente, gli accordi con gli altri paesi
africani previsti dal piano avrebbero consentito di effettuare
i rimpatri direttamente dalla Tunisia. Preventivamente sondata
in via informale, Tunisi si era mostrata potenzialmente
disponibile.
È chiaro che il paese non è in grado reggere i numeri della
Turchia. Pertanto, la scommessa era quella di mandare in breve
tempo a regime un sistema di intercettazione, trasferimento e
rimpatrio che rendesse vane le disperate partenze dalla costa
libica, e con esse il ruolo dei trafficanti che sequestrano
per settimane o mesi i migranti in territorio libico,
mandandoli poi incontro a morte certa. L’azione si sarebbe
avvantaggiata della stagione invernale, in cui le partenze
sono relativamente esigue (15-20 mila al mese) e le tempestive
intercettazioni avrebbero potuto più che dimezzare gli approdi
in Italia. Il piano non avrebbe certo rimosso il problema
libico, ma avrebbe dato a Italia e Ue una carta in più nel
negoziare con Tripoli, Tobruk e con le tribù del Sud libico
una vera collaborazione sulla questione migratoria, posto che
comunque la stabilizzazione del paese resta(va) un’esigenza
impellente.
L’idea era che Renzi portasse la proposta al Consiglio europeo
del 15 dicembre 2016, dopo l’auspicata vittoria referendaria
di dieci giorni prima. Lì avrebbe contato sul non marginale
sostegno del ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maizière
e sul favore della stessa Angela Merkel, tutt’altro che
insensibile alla questione.
Le cose, come sappiamo, sono andate diversamente e la grand
strategy italiana è rimasta lettera morta. Il successore di
Renzi alla presidenza del Consiglio, Paolo Gentiloni, non ha
ritenuto di dover raccogliere quel testimone, forse temendo
che coinvolgere pesantemente la Tunisia nella vicenda
migratoria potesse minarne le fragili chance di
stabilizzazione e democratizzazione, spegnendo così l’unico
faro delle cosiddette primavere arabe. L’accordo con la
Tunisia, che pure è stato fatto, ha un contenuto migratorio
assai limitato, mentre l’attuale governo ha puntato i suoi
sforzi sulla Libia, oltre che sul Niger e sugli altri paesi
saheliani di transito.
A prescindere della riuscita dell’opzione tunisina, che avrebbe
dovuto sostenere la prova dei fatti, resta che l’Italia ha
perso una grande occasione politica: dare all’Europa un
segnale chiaro della volontà, ma soprattutto della capacità di
gestire il flusso migratorio centrafricano. Il punto è
centrale, perché è sulla gestibilità del fenomeno che si gioca
la disponibilità degli altri paesi europei a coadiuvarci. Se i
flussi panafricani vengono percepiti come una realtà
inscalfibile, quella italiana diventa una causa persa e,
nell’attuale clima europeo, finiscono per prevalere paura ed
egoismi nazionali. Il risultato è quello che oggi abbiamo
sotto gli occhi: se con Frontex l’Europa si è assunta un
limitato ma concreto impegno di pattugliamento marittimo,
sulla terraferma la frontiera esterna dell’Ue è di fatto
arretrata alle Alpi (e al confine con la Macedonia nel caso
greco), lasciandoci in un limbo dal quale è difficile uscire.
È vero, la geografia è destino. Ma come sfruttarla,
compensandone gli svantaggi, è scelta puramente geopolitica.
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Ammammata
2017-08-17 10:10:10 UTC
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Il giorno Thu 17 Aug 2017 12:05:52a, *ADPUF* ha inviato su
Post by ADPUF
rifare tutto
d'accapo
mi si accap(p)ona la pelle
--
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Post by ADPUF
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