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come scrivono al Ministero PI (lungo ma interessante)
(troppo vecchio per rispondere)
Fathermckenzie
2014-12-23 17:50:36 UTC
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23 DIC 2014 10.57
La lingua disonesta: come scrivono al ministero dell’istruzione
Claudio Giunta

Il governo, il ministro dell’istruzione, i collaboratori del ministro, i
funzionari del ministero decidono che serve qualcuno che insegni agli
insegnanti a insegnare meglio, perciò stanziano una certa quantità di
denaro per formare questi formatori: il denaro verrà dato alle scuole
(una per regione) che organizzeranno dei corsi ad hoc, e da questi corsi
verranno fuori dei “docenti esperti” che poi dissemineranno la loro
esperienza e le cognizioni acquisite nelle scuole del territorio.

A mio parere non è una buona idea, anzi è un’idea pessima, ma non è di
questo che parliamo adesso.

Presa la decisione, stanziato il denaro, restano da curare i dettagli:
informare i mezzi d’informazione, mettere la notizia sul sito del
ministero, scrivere la circolare che verrà mandata ai dirigenti
scolastici. C’è un ufficio per tutto.

L’ufficio che s’incarica di scrivere la circolare deve intanto dare un
titolo, un oggetto, al documento che sta per produrre. Potrebbe essere
qualcosa come Formazione degli insegnanti-tutor, oppure Piano per la
formazione di insegnanti che aiutino i colleghi ad insegnare meglio, o
persino Piano per la formazione di personale docente che migliori la
qualità dell’insegnamento nelle scuole. È probabile che all’estensore
del documento vengano subito in mente formule del genere; ma con la
stessa tempestività capisce che queste formule non vanno bene. Ci pensa
su un attimo, quindi scrive:

Piano di formazione del personale docente volto ad acquisire competenze
per l’attuazione di interventi di miglioramento e adeguamento alle nuove
esigenze dell’offerta formativa.

Risolto il problema dell’oggetto, l’estensore del documento non può
passare subito all’informazione, alla cosa che vuole comunicare, non può
dire qualcosa come “il ministero ha deciso che bisogna formare dei –
diciamo – super-insegnanti che aiutino i colleghi meno esperti (o più
demotivati) a far bene il loro lavoro, perciò ha stanziato la somma X,
somma che verrà assegnata a scuole che presentino dei buoni progetti di
formazione e aggiornamento”. Così è troppo veloce, ci vuole il
preambolo. Il preambolo dura circa una pagina, e comincia così:

I mutamenti verificatisi nell’ambito della società e nella scuola
implicano che i docenti acquisiscano e sviluppino con continuità nuove
conoscenze e competenze. Occorre perciò avviare e sostenere con apposite
attività formative processi di crescita dei livelli ed ambiti di
competenza coerenti con un profilo dinamico ed evolutivo della funzione
professionale.

Si chiama coazione al dicolon, ed è tipica dei temi in classe. Lo
scolaro vorrebbe scrivere “Ci vuole molta cura”, ma è irresistibilmente
portato a scrivere “Ci vuole molta cura e molta attenzione”; vorrebbe
limitarsi a dire che “Restano vari problemi aperti”, ma la coazione al
dicolon lo trascina ad aggiungere “e varie questioni irrisolte”. Nelle
cinque righe che ho citato, queste zeppe si presentano con la frequenza
di un tic nervoso: “nell’ambito della società e nella scuola”,
“acquisiscano e sviluppino”, “conoscenze e competenze”, “avviare e
sostenere”, “processi ed ambiti”, “dinamico ed evolutivo”. L’aggiunta di
senso è minima, impercettibile, a volte nulla (”dinamico ed evolutivo”);
e a volte in realtà ad essere aggiunta è una dose di nonsenso: il
secondo periodo, da processi di crescita in poi, è quasi
incomprensibile, perché la sintassi è slabbrata e i sostantivi astratti
formano una nebulosa quasi impenetrabile: cosa sono i “processi di
crescita dei livelli”?

I preamboli sono sempre difficili. Il documento migliora andando avanti,
le cento righe successive sono meglio di queste prime cinque? Veramente
no. Ciò che si potrebbe dire chiaramente in una parola continua a essere
detto confusamente in due o in tre. Il dicolon regna sempre sovrano;
spuntano qua e là aggettivi puramente decorativi (”attivare a livello
nazionale percorsi articolati di formazione in servizio…”), o pletorici
(”predisporre una trama di reciproca cooperazione”); la nebulosa dei
termini astratti si fa ancora più fitta, la realtà arretra, gli studenti
i banchi le lavagne svaniscono in una calda luce crepuscolare (”una base
comune di competenza sulla progettazione e sulla organizzazione degli
interventi con l’acquisizione di tecniche avanzate e metodi didattici
che siano al tempo stesso rigorosi, innovativi e coinvolgenti ed includa
l’uso di strumenti pratici indispensabili per gestire aule efficaci”),
gli elenchi si fanno onnicomprensivi e scriteriati: “[competenze] di
grande importanza per lo sviluppo dell’autonomia scolastica,
l’arricchimento dell’offerta formativa, l’efficienza di tutta una serie
di servizi decisivi per la scuola, gli studenti e le famiglie, la
comunità di riferimento”. Quando salta fuori l’espressione tutta una
serie, la patacca non è lontana. E quando dallo sfondo indistinto dei
possibili beneficiari si stacca “la comunità di riferimento”, potrebbe
anche scorrere del sangue.

Che cos’è questo? Non è esattamente quello che si chiama burocratese.
Non è esattamente, come recita la definizione del vocabolario, “lingua
pressoché incomprensibile perché infarcita di termini giuridici e
inutili neologismi, tipica dell’amministrazione pubblica”. Nel documento
ministeriale c’è anche il burocratese – per esempio:

Supportare i processi di valutazione e farsi carico del monitoraggio
della loro corretta applicazione in base ai criteri definiti dal C.d.D.

Anziché, parlando più chiaro:

Aiutare nella valutazione e controllare che essa sia in linea con i
criteri stabiliti dal collegio dei docenti.

Queste – i “processi di valutazione” al posto delle “valutazioni”, i
“farsi carico del monitoraggio” invece di “verificare”, le problematiche
e le tematiche al posto dei problemi e dei temi – queste sono bruttezze
abituali, sciocchezze abituali, che ormai non chiamano più l’attenzione:
uno potrebbe persino dire che sono i ferri del mestiere, un idioletto
non più dissonante e arbitrario degli idioletti di tanti altri ambiti
professionali.

Non è neppure esattamente l’antilingua di cui ha parlato una volta
Calvino. L’antilingua, secondo Calvino, era “l’italiano di chi non sa
dire ho fatto ma deve dire ho effettuato”, l’italiano del brigadiere dei
carabinieri che, anziché scrivere così la deposizione di un teste:
“Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato
tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone”, la scrive così:
“Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei
locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico,
dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un
quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al
recipiente adibito al contenimento del combustibile”.

La lingua della circolare ministeriale non è esattamente questo. Certo,
anche qui c’è quella che Calvino definiva “la fuga di fronte a ogni
vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se fiasco stufa
carbone fossero parole oscene, come se andare trovare sapere indicassero
azioni turpi”. Ma la sostituzione di fiasco con prodotti vinicoli, di
stufa con impianto termico, di carbone con combustibile, per quanto
idiota, non impediva di venire a capo, alla fine, di un senso:
ritradotto in un italiano “reale”, il messaggio passava.

Il messaggio della circolare ministeriale, invece, non passa. Non tanto
perché la scuola viene chiamata servizio scolastico e la regione diventa
l’ambito territoriale, quanto perché, nel suo insieme, la circolare
ministeriale non sembra scritta in italiano, o meglio perché le parole
che contiene sono certamente italiane, ma i rapporti tra le parole non
sembrano produrre un senso compiuto: è come se la pressione delle parole
– che sono troppe, e troppo pesanti – avesse fatto evaporare i nessi
sintattici (che sono anche nessi logici). Il risultato sono locuzioni
senza senso come “processi di crescita dei livelli” (”tentativi di
migliorare la qualità degli insegnanti”?), o interi periodi che sembrano
scritti estraendo a caso dal sacchetto delle parole astratte, come:

Reti di istituzioni scolastiche ben organizzate, facendo ricorso ove
possibile alle risorse interne, favoriscono la valorizzazione delle
specificità professionali presenti nel territorio in funzione di
supporto alle esigenze di rinnovamento e arricchimento dei curricoli, di
iniziative progettuali, di miglioramento dell’azione educativa e
dell’efficienza organizzativa del servizio scolastico.

O come:

La formazione degli insegnanti contribuisce ad esempio, ad attuare
significativi interventi nel campo di un orientamento che guardi alle
connotazioni delle professioni, che possono trovare spazio con
l’utilizzo delle quote di flessibilità praticabili dalle scuole autonome.

Qui c’è tutto: la punteggiatura messa a caso (la virgola dopo esempio,
ma non prima), gli aggettivi esornativi (”significativi interventi”), le
perifrasi astruse (cosa sono mai le “connotazioni delle professioni”?),
i tecnicismi inutili (”quote di flessibilità praticabili”); quelli che
mancano sono i nessi sintattici: a cosa si riferisce il che di “che
possono trovare spazio”, agli interventi, alle connotazioni o alle
professioni? E cosa vuol dire che gli interventi (o le connotazioni, o
le professioni) “possono trovare spazio con l’utilizzo”? Sarà
“attraverso l’utilizzo” (vulgo: “adoperando”)? Ma cosa vuol dire,
comunque? E una “quota di flessibilità”, qualsiasi cosa sia, si “pratica”?

Pare che una volta, mentre era negli Stati Uniti, abbiano detto a
Salvemini che stavano traducendo Vico in inglese. E pare che Salvemini
abbia risposto: “L’inglese è una lingua onesta: di Vico non resterà
niente”. Intendendo – non importa se a ragione o a torto – che Vico
aveva idee fumose, e che l’inglese è invece una lingua chiara e
distinta, che le idee fumose le smaschera, le dissolve.

Chissà se è vero. Chissà se esiste davvero uno spirito delle lingue, che
ne rende alcune oneste e altre disoneste, o se invece le lingue non
c’entrano, e l’onestà e la disonestà stanno nella coscienza di chi le
adopera. Ma l’etichetta è trovata. Né burocratese né antilingua: quella
della circolare del Miur del 27/11/2014 (prot. 0017436) è la lingua
disonesta di chi non sa bene che fare, non ha le idee chiare, non vuole
assumersi le responsabilità che gli competono (e che il discorso chiaro
impone a chi lo pronuncia), e lascia a chi deve leggere (e soprattutto:
a chi deve obbedire) il compito di decifrare, di leggere fra le righe,
di stiracchiare le parole e i concetti dalla parte che vuole, anzi di
interpretare le parole e i concetti come s’interpreta il Talmud,
cercando d’indovinare le intenzioni di un padrone invisibile e
capriccioso, che dice e non dice, che lascia agli altri il compito di
riempire con qualcosa lo spazio che lui ha lasciato vuoto non per
liberalità ma per inabilità a parlar chiaro, ossia a decidere, e cioè
per codardia.

La lingua disonesta. In un suo saggio sull’educazione, Neil Postman
sosteneva che la cosa davvero importante era insegnare non tanto a
essere intelligenti, quanto a non essere stupidi, e che quindi una buona
didattica avrebbe dovuto mirare, più che a riempire la testa degli
studenti di buone idee e buone abitudini, a togliere dalla testa degli
studenti le idee e le abitudini dimostrabilmente sbagliate o sciocche.
Se questo è vero, un’ora di lettura in classe della circolare Miur del
27/11/2014, un’ora di lingua disonesta, potrebbe giovare più di un’ora
di Manzoni, e certamente più di tante regole astratte su come si scrive
e non si scrive. (Nel frattempo, suggerirei alla ministra Giannini, che
prima di essere ministra è una glottologa, di convocare la direttrice
generale del ministero, dottoressa Maria Maddalena Novelli, e di
rileggere insieme a lei piano piano, parola per parola, solecismo per
solecismo, la circolare suddetta, che la dottoressa Novelli ha firmato,
così come l’hanno dovuta leggere tutti i dirigenti scolastici d’Italia,
una mattina di qualche settimana fa).

ITALIASCUOLA
--
Et interrogabant eum turbae dicentes: “Quid ergo faciemus?”.
Respondens autem dicebat illis: “Qui habet duas tunicas,
det non habenti; et, qui habet escas, similiter faciat”.
(Ev. sec. Lucam 3,10-11)
edevils
2014-12-23 19:45:45 UTC
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Post by Fathermckenzie
23 DIC 2014 10.57
La lingua disonesta: come scrivono al ministero dell’istruzione
Claudio Giunta
[...]
Post by Fathermckenzie
quella
della circolare del Miur del 27/11/2014 (prot. 0017436) è la lingua
disonesta di chi non sa bene che fare, non ha le idee chiare, non vuole
assumersi le responsabilità che gli competono (e che il discorso chiaro
Sì, certo, ma non è mica solo la lingua di questa circolare. E' la
lingua solita di tutto quel mondo, la stessa che portò a obbrobri come
"Centro servizi amministrativi" al posto del caro vecchio
"Provveditorato". E' la lingua dei burocrati ministeriali che stavano lì
da prima di Renzi e probabilmente gli sopravviveranno. Peccato però che
qualcuno se ne accorga solo quando si tratta di dar contro a un governo
che per qualche motivo sta antipatico.
ADPUF
2014-12-23 20:14:39 UTC
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Post by edevils
Post by Fathermckenzie
23 DIC 2014 10.57
La lingua disonesta: come scrivono al ministero
dell’istruzione Claudio Giunta
quella
della circolare del Miur del 27/11/2014 (prot. 0017436) è la
lingua disonesta di chi non sa bene che fare, non ha le idee
chiare, non vuole assumersi le responsabilità che gli
competono (e che il discorso chiaro
Sì, certo, ma non è mica solo la lingua di questa circolare.
E' la lingua solita di tutto quel mondo, la stessa che portò
a obbrobri come "Centro servizi amministrativi" al posto del
caro vecchio "Provveditorato". E' la lingua dei burocrati
ministeriali che stavano lì da prima di Renzi e probabilmente
gli sopravviveranno. Peccato però che qualcuno se ne accorga
solo quando si tratta di dar contro a un governo che per
qualche motivo sta antipatico.
No, tu stesso dici che prima di "centroserviziamministrativi"
c'era "provveditorato", evidentemente prodotto da qualche
burocrate ottocentesco.

Quindi la situazione è oggettivamente peggiorata, anche se il
governo attuale ti sta simpatico.
--
AIOE ³¿³
Maurizio Pistone
2014-12-23 21:37:14 UTC
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Post by Fathermckenzie
Pare che una volta, mentre era negli Stati Uniti, abbiano detto a
Salvemini che stavano traducendo Vico in inglese. E pare che Salvemini
abbia risposto: "L'inglese è una lingua onesta: di Vico non resterà
niente". Intendendo – non importa se a ragione o a torto – che Vico
aveva idee fumose, e che l'inglese è invece una lingua chiara e
distinta, che le idee fumose le smaschera, le dissolve.
" ... È altra propietà della mente umana ch'ove gli uomini delle cose
lontane e non conosciute non possono fare niuna idea, le stimano dalle
cose loro conosciute e presenti. ..."

davvero una frase così non si può tradurre in inglese?
--
Maurizio Pistone strenua nos exercet inertia Hor.
http://blog.mauriziopistone.it
http://www.lacabalesta.it
http://blog.ilpugnonellocchio.it
ADPUF
2014-12-23 21:43:49 UTC
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Post by Maurizio Pistone
Post by Fathermckenzie
Pare che una volta, mentre era negli Stati Uniti, abbiano
detto a Salvemini che stavano traducendo Vico in inglese. E
pare che Salvemini abbia risposto: "L'inglese è una lingua
onesta: di Vico non resterà niente". Intendendo – non
importa se a ragione o a torto – che Vico aveva idee fumose,
e che l'inglese è invece una lingua chiara e distinta, che
le idee fumose le smaschera, le dissolve.
" ... È altra propietà della mente umana ch'ove gli uomini
delle cose lontane e non conosciute non possono fare niuna
idea, le stimano dalle cose loro conosciute e presenti. ..."
davvero una frase così non si può tradurre in inglese?
Sarebbe bello tradurlo nell'inglese del Seicento.
--
AIOE ³¿³
Maurizio Pistone
2014-12-23 21:45:25 UTC
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Post by ADPUF
Sarebbe bello tradurlo nell'inglese del Seicento.
perché?
--
Maurizio Pistone strenua nos exercet inertia Hor.
http://blog.mauriziopistone.it
http://www.lacabalesta.it
http://blog.ilpugnonellocchio.it
ADPUF
2014-12-23 22:01:24 UTC
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Post by Maurizio Pistone
Post by ADPUF
Sarebbe bello tradurlo nell'inglese del Seicento.
perché?
In generale mi parrebbe più appropriato che un autore venga
tradotto nella lingua corrispondente al suo tempo.

Ma riconosco che ciò ne renderebbe la fruizione più difficile.

L'inglese del Seicento, ampolloso e variopinto (euphuism),
poteva essere più adatto a trasmettere il pensiero di un
contemporaneo rispetto all'asciuttezza e alla chiarezza del
Settecento, o agli slanci romantici ottocenteschi, o al
postmodernismo novecentesco, o al twittismo attuale.

O no?
--
AIOE ³¿³
Maurizio Pistone
2014-12-23 22:32:19 UTC
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Post by ADPUF
Post by Maurizio Pistone
Post by ADPUF
Sarebbe bello tradurlo nell'inglese del Seicento.
perché?
In generale mi parrebbe più appropriato che un autore venga
tradotto nella lingua corrispondente al suo tempo.
Ma riconosco che ciò ne renderebbe la fruizione più difficile.
L'inglese del Seicento, ampolloso e variopinto (euphuism),
poteva essere più adatto a trasmettere il pensiero di un
contemporaneo rispetto all'asciuttezza e alla chiarezza del
Settecento
in ogni caso, Vico era del '700
--
Maurizio Pistone strenua nos exercet inertia Hor.
http://blog.mauriziopistone.it
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http://blog.ilpugnonellocchio.it
Una voce dalla Germania
2014-12-23 22:09:28 UTC
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Post by Maurizio Pistone
Post by Fathermckenzie
Pare che una volta, mentre era negli Stati Uniti, abbiano detto a
Salvemini che stavano traducendo Vico in inglese. E pare che Salvemini
abbia risposto: "L'inglese è una lingua onesta: di Vico non resterà
niente". Intendendo – non importa se a ragione o a torto – che Vico
aveva idee fumose, e che l'inglese è invece una lingua chiara e
distinta, che le idee fumose le smaschera, le dissolve.
" ... È altra propietà della mente umana ch'ove gli uomini delle cose
lontane e non conosciute non possono fare niuna idea, le stimano dalle
cose loro conosciute e presenti. ..."
davvero una frase così non si può tradurre in inglese?
Da traduttore professionista dico che sicuramente si può.
Il problema esposto da Salvemini è invece: la traduzione ha
un senso o è tutto fumo e niente arrosto?
Secondo lui è tutto fumo. Secondo me, invece, c'è parecchio
arrosto, dando per scontato che Vico non fosse un mentecatto
e abbia scritto cose sensate. Il pezzo citato mi sembra
abbastanza chiaro, ma è solo un pezzo di una frase.

In ogni caso la vera questione è: chi legge tutto il testo
in cui si trova quello spezzone di frase nel contesto che
non hai ritenuto opportuno fornire e deve tradurre quel
testo in inglese o in una qualsiasi altra lingua, riesce a
dargli un significato e a tradurre QUEL significato o almeno
un significato il più vicino possibile a quello dell'originale?
Perfino nel caso estremamente improbabile che Salvemini
avesse ragione, si potrebbero benissimo tradurre in inglese
o in una qualsiasi altra lingua le opere di Vico, arrivando
per l'appunto alla conclusione che Vico aveva idee fumose.
Maurizio Pistone
2014-12-23 22:32:19 UTC
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Post by Una voce dalla Germania
Da traduttore professionista dico che sicuramente si può.
Il problema esposto da Salvemini è invece: la traduzione ha
un senso o è tutto fumo e niente arrosto?
Secondo lui è tutto fumo. Secondo me, invece, c'è parecchio
arrosto, dando per scontato che Vico non fosse un mentecatto
e abbia scritto cose sensate. Il pezzo citato mi sembra
abbastanza chiaro, ma è solo un pezzo di una frase.
il problema della traduzione vale per qualunque autore, ovviamente

Vico (per quanto mi ricordo, è una lettura di quarant'anni fa) non mi
sembra un autore particolarmente oscuro come lingua, il suo problema è
che l'opera è organizzata in modo decisamente insolito, vuole costruire
una scienza generale della storia (tra l'altro: un obiettivo non molto
diverso da quello di Ferguson) che abbia la stessa validità delle
scienze esatte

la frase citata è l'inizio della seconda "degnità": con questo termine
lui indica una serie di proposizioni che, secondo il modello delle
definizioni assiomatiche della matematica, dovrebbe formare un sistema
di concetti generali dai quali poter ricavare una serie di ragionamenti
deduttivi

l'idea ovviamente è fallimentare, non solo per il procedimento in sé, ma
perché Vico, dedicando una grande attenzione alla storia antica, e a
quella che noi oggi chiameremmo "antropologia", non ha altre fonti se
non i poemi omerici, la Bibbia e altre consimili "favole" degli antichi

altra formidabile intuizione, è quella di considerare le lingue come
documenti delle fasi più antiche della storia; peccato che la
linguistica comparativa nasca cent'anni buoni dopo di lui, e quindi le
sue "etimologie" non sono altro che assonanze, spesso decisamente
strampalate, fra vocaboli delle lingue classiche, le uniche che lui
conosceva

un progetto decisamente pionieristico, che però non è in grado di
realizzare per l'assoluta mancanza degli strumenti necessari

occorrerà aspettare quasi due secoli perché autori come Frazer possano
cominciare a metter mano ad un progetto paragonabile a quelo di Vico
--
Maurizio Pistone strenua nos exercet inertia Hor.
http://blog.mauriziopistone.it
http://www.lacabalesta.it
http://blog.ilpugnonellocchio.it
Maurizio Pistone
2014-12-23 21:44:55 UTC
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Post by Fathermckenzie
Intendendo – non importa se a ragione o a torto – che Vico
aveva idee fumose, e che l'inglese è invece una lingua chiara e
distinta, che le idee fumose le smaschera, le dissolve.
ho tirato fuori dal baule dei ricordi della mia giovinezza un libro che
al tempo avevo distrattanente sfogliato, e che invece merita una lettura
attenta, il Saggio sulla storia della società civile di Adam Ferguson
(1767)

è un'opera fondamentale del pensiero moderno, definisce un termine,
appunto la "società civile", che oggi viene usato in modo generico e
approssimativo, ma è una grande scoperta dell'età illuministica

forse ne dirò qualcosa di qui a qualche settimana, ma accidenti, se c'è
un autore prolisso, ripetitivo, e monotonamente simmetrico (per non
dire: tautologico), è lui, il collega, conterraneo e quasi omonimo del
più famoso Adam Smith
--
Maurizio Pistone strenua nos exercet inertia Hor.
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