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I "nomenclatores". Così googlavano nell’antica Roma
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orpheus
2021-09-06 18:52:51 UTC
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I “nomenclatores”, motori di ricerca umani, avevano il compito di
sussurrare ai propri padroni i nomi da ricordare. Perché l’arte della
mnemotecnica passava attraverso l’udito.
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https://www.repubblica.it/cultura/2021/09/06/news/la_storia_cosi_googlavano_nell_antica_roma-316755851/

Comunque:
https://en.wikipedia.org/wiki/Nomenclator_(nomenclature)#
orpheus
2021-09-06 19:10:17 UTC
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però qui si legge... :-)
https://www.repubblica.it/cultura/2021/09/06/news/la_storia_cosi_googlavano_nell_antica_roma-316755851/
orpheus
2021-09-06 19:12:18 UTC
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però qui si legge... :-)
https://www.repubblica.it/cultura/2021/09/06/news/la_storia_cosi_googlavano_nell_antica_roma-316755851/

None... ma io lo leggo. Quindi riporto.

A Roma esisteva una categoria di schiavi che svolgeva una funzione
davvero originale. Erano detti nomenclatores e avevano il compito di
far ricordare al padrone i nomi di coloro che incontrava per strada
perché potesse salutarli in modo corretto; cosa che assumeva
un’importanza particolare nel caso in cui fossero al servizio di un
candidato alle elezioni, quando è necessario manifestare la massima
familiarità soprattutto con gli sconosciuti. In un’epoca in cui i
sussidi di tipo digitale o visuale non erano stati ancora inventati, e
in compenso gli schiavi abbondavano, certe funzioni venivano svolte
attraverso strumenti (ahimé) di natura umana. I nomenclatores però
presentano un tratto che li rende ancora più interessanti. Ci viene
detto infatti che portavano un singolare nomignolo: letteralmente
“farcitori”, un termine che indicava coloro che facevano salsicce.
Perché mai li avranno chiamati in questo modo? Ce lo spiega un antico
grammatico: si chiamano “farcitori” i nomenclatori che, senza farsene
accorgere, per così dire infarcivano i nomi di quelli da salutare
nell’orecchio del candidato.

Dunque il nomenclator, colui che rammenta il nome di qualcuno
all’orecchio di qualcun altro, agisce come un salsicciaio. Di
conseguenza le orecchie del destinatario costituiscono il contenitore
delle informazioni che riceve, e lo schiavo ci infarcisce dentro i nomi
di cui costui deve ricordarsi. Come si vede, l’azione di “infarcire”
informazioni nelle “orecchie” di qualcuno ha direttamente a che fare
con l’intento di agire sulla sua memoria: colui che infarcisce di nomi
le orecchie di qualcun altro vuole metterlo in grado di simulare una
memoria che non ha, ovvero di arricchire, ampliare la sua memoria, come
se si trattasse (diremmo noi oggi) di inserire nuovi dati nel disco di
un computer. A questo punto la domanda è inevitabile: per i Romani, che
cosa hanno a che fare le “orecchie” con la “memoria”? Ce lo spiega
Plinio il Vecchio, secondo il quale la memoria era collocata per
l’appunto nel lobo dell’orecchio, la parte del corpo umano che, di
questa fondamentale facoltà spirituale, costituiva la sede anatomica.
Tant’è vero che, quando si voleva “far ricordare” a qualcuno un impegno
preso, gli si toccava proprio il lobo dell’orecchio, come a dire:
«ricordatene, eh!».

Potremmo essere tentati di relegare queste antiche pratiche o credenze
nello sgabuzzino delle curiosità, ma sarebbe un errore. L’orecchio
della memoria, ovvero la memoria nell’orecchio, costituisce infatti un
simbolo capace di farci riflettere immediatamente su uno dei tratti più
determinanti nella formazione della cultura romana. Ossia il suo legame
con l’oralità e con la “parola parlata”. Se i Romani collocano la
memoria nell’orecchio è perché sono ancora consapevoli del fatto che il
corpus delle conoscenze che albergano in ciascun individuo si forma per
via “aurale”, come appunto si dice. «Le cose antiche stanno
nell’orecchio», recita un proverbio ghanese che, a dispetto dell’enorme
distanza geografica e temporale, potrebbe valere anche per Roma, perché
esprime la stessa sostanza culturale. Facendo dell’orecchio il
contenitore dei ricordi, anche i Romani mostrano di sapere che il
patrimonio della memoria e della conoscenza – quello che fa essere se
stessi non solo gli individui, ma anche i gruppi sociali – costituisce
il sedimento lasciato in primo luogo da dialoghi, monologhi, racconti,
canti, formule, pronunciamenti solenni, e non da una filza di segni
grafici tracciati su una pietra, una tavoletta o un foglio: dove non è
più questione di orecchie, ma di occhi.

Nei secoli successivi la memoria delle persone e delle comunità sarà
invece sempre più dominata da una vera e propria nebulosa di parole
scritte, una massa di caratteri alfabetici che progressivamente si
impadroniranno di ogni genere di conoscenza o rappresentazione
culturale – dalla religione, non a caso identificata proprio con un
Libro, alle sillogi delle leggi; dai “libri” dei poeti alle
registrazioni degli accadimenti storici; dalle raccolte di epistole
agli umili appunti relativi alle cose da fare; e così di seguito. In
una società tanto massicciamente dominata dalla scrittura – che sempre
più lo sarà con l’avvento della stampa e infine del digitale –
inevitabilmente la memoria passerà sempre meno attraverso la parola
pronunziata e sempre più attraverso quella scritta, sempre più
attraverso la vista e sempre meno attraverso l’udito. Oggi nessuno si
sognerebbe più di credere, o di affermare, che la memoria risiede nel
lobo dell’orecchio. Quei venti “caratteruzzi”, come li chiamava Galileo
Galilei, si sono dimostrati davvero onnipotenti. A tal punto che Victor
Hugo, con meravigliosa fantasia, immaginerà che le prime forme
architettoniche dell’umanità – dolmen, cromlech, galgal, tumuli –
articolassero le loro pietre alla maniera di sillabe, parole, verbi,
frasi, addirittura nomi propri: monumentali presagi di una scrittura
ancora a venire.

Anche a Roma l’incidenza esercitata dalla “litteratura”, come i Romani
chiamavano la scrittura, è stata grande, non c’è dubbio, ma questo non
può cancellare l’altra faccia della medaglia: ossia il fatto che alcune
fra le forme costitutive della cultura romana si sono in realtà
concretizzate in un ambito di carattere orale e hanno continuato nel
loro cammino attraverso il medium della parola parlata. Per lungo tempo
a Roma “conoscere” fu sinonimo di “ascoltare”.
WinterMute
2021-09-06 19:17:42 UTC
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il Mon, 6 Sep 2021 19:12:18 -0000 (UTC)
"orpheus" <***@invalid.no> ha scritto:

| [...]

buonasera,

molto interessante, ti ringrazio per la segnalazione e per aver riportato il
testo per coloro che non avrebbero potuto consultare la risorsa originale veicolata
da repubblica.it

saluti.

***
◈ [WinterMute] @ [debian «---» bookworm / testing] ◈
***
IdP
2021-09-07 09:18:36 UTC
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Permalink
orpheus expressed precisely :
[...]
A Roma esisteva una categoria di schiavi che svolgeva una funzione davvero
originale. Erano detti nomenclatores e avevano il compito di far ricordare al
padrone i nomi di coloro che incontrava per strada perché potesse salutarli
in modo corretto; cosa che assumeva un'importanza particolare nel caso in
cui fossero al servizio di un candidato alle elezioni,
[...]

Oggigiorno il nomenclatore più conosciuto è quello del SSN!

https://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?lingua=italiano&id=3662&area=programmazioneSanitariaLea&menu=vuoto
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